E che il latte finalmente si coaguli!

2016-08-23_18h27_54

Einaudi azzecca la copertina

Ultimo (per ora) e nono libro della serie Ricciardi (non conto “le prime indagini” e il racconto “Febbre”). Ce li ho dai primi, quelli bellissimi della Fandango. E qui ci starebbe tutta una disquisizione sul come la serialità di un personaggio faciliti non solo l’autore, ma anche il lettore, che non fatica a immergersi, che si affeziona e che spera sempre. Poi c’è la prosa ritmica di de Giovanni, che ci sa fare, e che ti sorprende con quegli intermezzi un po’ visionari, le anafore, la poesia che si nasconde d’improvviso tra le pagine.
Il fatto è che la speranza va nutrita, e qui ormai la sto perdendo: il commissario pencola qui e lì, e c’è da dire che dopo dieci anni, una (io) si aspetta qualche concretezza, della serie: o dentro o fuori, o di qui o di lì, e invece arriva anche il “di là”. Nuove possibilità, nuovo incontro, tutto (di nuovo) in sospeso.E la poesia? La poesia va bene, ma le anafore sono, appunto, ripetizioni, e non dico che nella poesia ciò non abbia il suo perché. Dico soltanto che, a incominciare tutti i cento canti con “nel mezzo del cammin di nostra vita”, avrebbe stufato anche Dante. Inoltre, proseguendo nell’idea di dedicare ogni gruppo di storie a qualcosa in particolare (stagioni, feste, ora canzoni) c’è da aggiungere che le parti di intermezzo, che fanno da contraltare alla storia e che in qualche modo la riflettono e, sul finale, la chiariscono, sono dedicate a un vecchio maestro di musica che allena un giovane. Anche la loro, dunque, diventa una storia nella storia. È solo che, dato in mano a mia figlia, la sua reazione è stata: mi hai dato un libro che ho già letto; e, preso in mano io, la reazione è stata: ma qui ha copiato da un altro libro. Ecco, non è proprio così: ha semplicemente proseguito una storia parallela iniziata nella puntata precedente. Ma l’impressione non è stata del tutto positiva.
In tutto questo, poi, perché non parlo del giallo? Del delitto? Del colpevole? Stavolta non è perché non mi piace fare spoiler. È perché non mi ricordo che è successo. O meglio, mentre aggiustavo il pezzo qui sopra, è affiorato qualcosa (un pugile, l’allenatore, l’emigrante e così via), ma niente di così netto da poter dire: che bel giallo. E neanche da potervi fare un bello spoiler non annunciato dicendovi chi è morto e chi l’ha ammazzato. Anche a volerlo fare, ho un ricordo vaghissimo del/la morto/a e nulla del colpevole.
Certo, Ricciardi è uno cui non si rinuncia volentieri (a me piace assai assai); Maione è simpatico e, a suo modo, saggio; Bambinella è un bel tipo, ma seguire le vicende del moroso di Bambinella, della bella Bianca, del tedescone che poi si rivela un…tedescone, e di altri cinquanta personaggi di contorno porta un po’ fuori strada, annacqua l’indagine.
Tre stelle comunque per la bravura di scrittore di de Giova, per le pagine su Napoli, il porto, le strade, e perché Ricciardi è Ricciardi e mi costringerà a prendere anche il prossimo.

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